Le vedove di Malabar Hill: Sujata Massey ci presenta la prima inchiesta di Perveen Mistry

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Le vedove di Malabar Hill: Sujata Massey ci presenta la prima inchiesta di Perveen Mistry

Nel nostro lavoro di giornalisti di cinema, ci capita di tanto in tanto di rivolgere la nostra attenzione alla letteratura, ed è un vero piacere, non soltanto perché si cambia aria, ma perché raramente ci si imbatte in fatue celebrity che hanno poco da dire, e perché ogni autore, soprattutto se arriva dall'altra parte del mondo, ha una storia (personale) avvincente da raccontare e che ha finito per alimentare un'immaginazione già fertile. Quella di Sujata Massey comincia nel 1964 in Sussex con un padre indiano e una madre tedesca e prosegue negli Stati Uniti, a Baltimora, in Giappone e poi di nuovo nell'America del Nord. Passa attraverso il lavoro di reporter per il Baltimore Evening Sun, una serie mistery con protagonista un'insegnante di Tokyo di nome Rei Shimura e il romanzo di ambientazione indiana "L'amante di Calcutta", e arriva fino al primo capitolo di una nuova serie gialla intitolato "Le vedove di Malabar Hill".
Pubblicato da Neri Pozza, quest'ultimo ha come protagonista, nella Bombay del 1921, il procuratore legale Perveen Mistry, giovane donna che si ritrova a indagare sull'omicidio dell'amministratore dei beni della famiglia di un uomo morto di morte naturale. Il colpevole potrebbe essere una delle tre mogli di costui, donne mussulmane che vivono in isolamento e che solo Perveen può interrogare. La sua indagine si mescola ai ricordi del suo passato, segnato da un matrimonio finito male e da una provvidenziale fuga a Oxford per studiare legge.

"Le vedove di Malabar Hill" è uno dei romanzi presentati al Noir in Festival edizione 2018, e questo ci permette di incontrare la Massey, che ci traduce subito il suo nome: "Sujata vuol dire 'nata in una buona famiglia, una famiglia rispettabile', ma non è per il significato del nome che sono stata chiamata così. E’ un nome indiano che piaceva tanto a mio padre, così me l'ha dato".

Si sente più indiana, tedesca, americana o giapponese? Oppure si considera una cittadina del mondo?
Sono cittadina americana e sono molto attiva politicamente e socialmente, quindi mi sento molto americana perché abito in un paese di immigrati e intendo continuare a lottare per i loro diritti. Naturalmente adoro l'India, e per questo l'ho scelta come ambientazione di diverse storie, anche perché per me significa riappropriarmi di qualcosa che mi sembra di aver perso, specialmente da bambina. Mio padre sarebbe potuto tornare nel suo paese insieme alla famiglia quando ero piccola, ma scelse di restare in Occidente. Se non l'avesse fatto, la mia vita sarebbe stata completamente diversa. E quindi quel mondo mi ha sempre attirato e ho sempre sentito l'esigenza di esplorarlo.

Cosa le piace di Perveen Mistry? E cosa le invidia?
Invidio tutto il suo sapere giuridico, e la sua capacità di proteggere se stessa e le altre persone. Quando ho cominciato la serie e mi sono buttata nella lettura di alcuni libri di legge, ho capito che non mi piacerebbe fare l'avvocato perché richiede una grande attenzione ai dettagli. Anche scrivere significa tenere in considerazione i particolari, ma è meno noioso, quindi ammiro Perveen. E poi vorrei avere una casa bella come la sua, una terrazza come la sua, un pappagallo come il suo. Vorrei avere anch'io persone che cucinano per me, che mi spazzolano i capelli.

"Le vedove di Malabar Hill" non è ovviamente il primo mistery in cui a risolvere un caso è una donna, tuttavia lei non pensa che dovremmo avere più spazio nei thriller e nei gialli?
Per tanto tempo nei gialli le donne sono state relegate al rango di vittime, oppure di oggetti sessuali, quindi è straordinario che in questo romanzo sia una donna ad avere il polso della situazione. Ciò che distingue questo mistery da tanti altri è che la parte romantica è lontana da qualsiasi cliché. E poi… in quanti thriller si parla di mestruazioni? Da giovane non ne avrei mai scritto, ma ora rientra nel mio disegno di difendere i diritti delle donne.

Infatti, quando si sposa e va a Calcutta a vivere con la famiglia del marito, Perveen viene rinchiusa, durante i giorni del ciclo, in una stanza-prigione. E’ un'abitudine di cui non ero a conoscenza…
Solo un determinato gruppo religioso seguiva questa usanza. Nelle case degli induisti, invece, alle donne non era epermesso, quando avevano le mestruazioni, entrare in cucina. Altre religioni proibiscono alle donne, in quei giorni, di recarsi nei templi a pregare.

Perché ha deciso di ambientare la sua storia nella Bombay degli anni '20?
Negli anni '20 c'era ancora l'Impero Britannico, ma la dominazione inglese stava per finire e c'erano continue e importanti proteste, quindi avevo a disposizione uno sfondo politico interessante, oltre a diverse "contaminazioni" fra la cultura indiana e quella occidentale. Le famiglie abbienti come quelle di Perveen, per esempio, mandavano i loro figli a studiare in Inghilterra e alcuni parsi indossavano abiti non tradizionali, quindi era un'epoca di interessanti miscugli.

E poi le donne combattevano per la loro emancipazione…
Era il periodo in cui le donne stavano ottenendo il diritto di voto in Inghilterra e in America, e in India lo conquistarono prima che il paese diventasse indipendente. Certo, potevano votare per candidati inglesi, accordando la loro preferenza a indiani solo per cariche meno importanti, come quella di sindaco. Il problema era che votavano solo le persone abbienti, che possedevano case e terreni. Era un'ingiustizia, per questo si protestava.

Quanto è importante per lei il lavoro di ricerca? E come si è documentata per "Le vedove di Malabar Hill"?
Per fortuna Cornelia Sorabji, che è stata la prima donna indiana avvocato e che ha ispirato la mia Perveen, ha scritto molte pagine sulla sua vita e molte lettere che si trovano online. Quando scrivo un libro, raccolgo più materiale possibile, poi mi siedo alla scrivania di casa e comincio a scrivere, e quando non trovo le risposte che cerco, allora vado in India e trascorro là qualche settimana, passo del tempo a Mumbai, recandomi in vecchi circoli come il Bombay Yacht Club, o girovagando per un quartiere chiamato Fort dove ho collocato lo studio legale dei Mistry.

Perché questa volta ha scelto di scrivere in terza persona?
La serie di Rei Shimura, ambientata nel Giappone dei giorni nostri, era scritta in prima persona, e quella voce era molto simile alla mia. In questo caso, avevo paura di usare una voce moderna in una storia old fashion com'è quella di Perveen, quindi usando la terza persona è come se non mi fossi identificata in lei ma l'avessi osservata dal di fuori, pur capendo la sua storia. Così facendo, credo di essere riuscita a riprodurre lo stile letterario degli anni '20, in particolare il modo in cui le donne raccontavano le storie.

Sempre a proposito di donne: cosa ha voluto dire a tutte noi attraverso questo libro?
Ne "Le vedove di Malabar Hill" le donne si aiutano l'una con l'altra. La mamma di Perveen aiuta la figlia, e quando Alice arriva a Mumbai, Perveen la sostiene, e Alice dà una mano a Perveen nella sua indagine, quindi penso che per le donne sia fondamentale condividere i guai e le preoccupazioni, e unire le forze. L'ultima riga del libro, non a caso, è "Al potere delle donne!".



Carola Proto
  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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