La profezia dell'armadillo Recensione

Titolo originale: La profezia dell'armadillo

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La profezia dell'armadillo: recensione dell'adattamento del fumetto di Zerocalcare presentato a Venezia 2018

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La profezia dell'armadillo: recensione dell'adattamento del fumetto di Zerocalcare presentato a Venezia 2018

L’adattamento al cinema di un romanzo, in questo caso a fumetti, è un’operazione il cui rischio cresce proporzionalmente con la percentuale di fan accaniti, non solo lettori, che questo lavoro originale è stato in grado di portarsi dietro. Per le nuvole parlanti italiane La profezia dell’armadillo e il lavoro di autofiction di Zerocalcare sono un riferimento cruciale, motivo per il quale c’era molta attesa e preoccupazione per il film prodotto da Fandango e diretto dall’esordiente Emanuele Scaringi. Quest’ultimo ha portato avanti la sfida, dopo un primo lavoro sul testo di Valerio Mastandrea e dell’autore stesso. Partiamo dai protagonisti, Simone Liberati nei panni di Zero e Pietro Castellitto in quelli di Secco, una coppia affiatata; e prima scommessa vinta. Poi il terzo incomodo, un tipo viscidello e dall’ego smisurato, ma del resto il suo nome c’è anche nel titolo del film: l’armadillo. Coscienza sporca di Zero nelle sue fasi di crescita è interpretato da Valerio Aprea in un costume volutamente a dir poco low profile, dopo aver scartato scelte più tecnologiche.

Rispetto al fumetto qui il buddy movie coinvolge soprattutto i due personaggi in carne e ossa, opposti e complementari come solo due amici che lo sono fin da piccoli. Castellitto è notevole nel mettere a frutto le tante battute dedicate al suo personaggio, che cerca di far uscire dal guscio il suo amico portandolo lontano dal mondo di Rebibbia, la comfort zone e il centro del (suo) mondo. La profezia dell’armadillo è prima di ogni cosa la storia dell’elaborazione di un lutto, quello dell’amica d’infanzia e suo amore mai dichiarato Camille, ma anche quello di una generazione stessa, rimasta sull’asfalto delle strade di Genova e nei corridoi della Caserma Diaz nel luglio 2001. Questa parte, più politica, è raccontata con due brevi inserti animati a incorniciare il film, che rimane soprattutto sui personaggi, lasciando fuori, per ovvie ragioni, quelli più periferici dell'universo di Zero. 

La vita scorre con un ritmo tutto suo, quello dello studente non più tale alle prese con la fifa dell’età adulta che si affaccia minacciosa, portandosi dietro le responsabilità, e l’ottimismo visto solo come fonte di futura frustrazione, mentre una generazione precaria vede sfuggire di mano il sogno del posto fisso. È anche il momento in cui si fanno in conti con gli amici di sempre, che piano piano sembrano un residuo di una vita che non ci appartiene più. Zerocalcare è stato capace, probabilmente suo malgrado, con il suo racconto così local lungo la Tiburtina Valley, di rappresentare come pochi altri una generazione cresciuta condividendo visioni, letture e giocate ai videogiochi.

Più efficace nel rendere giustizia ai paradossi e alle divertenti situazioni presenti nel fumetto, il film convince meno nel racconto del lutto di Zero, rispettando però, senza troppa soggezione, le atmosfere e lo spirito originali. Non è poco, considerando la difficoltà della sfida, e in questo molto merito ce l’hanno gli attori, credibili e spontanei, senza dimenticare qualche sorpresa come un Adriano Panatta a ruota libera, degno della sua proverbiale volée alta di rovescio, la veronica.

La profezia dell'armadillo
Il Trailer Ufficiale del Film - HD
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Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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